Intervista a Mario Natangelo
Mario Natangelo, classe 1985, fumettista napoletano collabora con il Fatto Quotidiano e l’Unità. S’è concesso all’attenzione di questo blog per un’ intervista dalla storia travagliata, riuscita a vedere la luce solo dopo settimane di connessioni problematiche, computer non funzionanti e i più svariati altri impegni:
• Parlaci un po’ di te, chi è Mario Natangelo?
E’ Napoletano, precisamente il suo indirizzo dice ‘verso Scampia’. Ha tanti amici in giro per il mondo che non vede mai e ha pochi soldi in banca che cerca di vedere il più possibile. Studia legge. Ha la caviglia destra e i polsi fragili. A diciottanni ha firmato una carta per rifiutare un solido futuro come ufficiale nell’aeronautica militare. A venti anni ha pubblicato gli unici racconti che accetta di aver scritto. A cavallo tra i ventuno e i ventidue anni ha vissuto un anno in Spagna. A ventitrè anni ha deciso di trovare un lavoro in Francia ma poi è tornato e si è (ri)messo a disegnare. Aveva un nonno che leggeva L’Unità ed è stato in un campo di prigionia tedesco e l’altro che aveva la pelle di un avambraccio bruciato dall’acido ma diceva di essere stato morso da un leone. Molte storie, insomma.
• Di te è stato detto: “un coraggioso molto pazzo o un pazzo decisamente coraggioso” ed “È ferocissimo, quanto in Italia sanno esserlo soltanto Ellekappa e Vauro […] la sua arte nel manipolare le parole manipolatissime della politica italiana è unica ”. Trovi riscontro in queste descrizioni?
La prima definizione è di Kap, un autore spagnolo che disegna per un quotidiano oltre che per Sinè Hebdo, il grande settimanale francese. Il Coraggio/Pazzia, non saprei ma la testardaggine si. Quando mi convinco di una cosa posso distruggere un muro a testate, sembrerà poco utile ma a volte paga. La seconda definizione è di Marco Travaglio. Facciamo allora una piccola nota su di me: sono la persona più incapace a valutare una mia vignetta. Per cui ho bisogno di un osservatore esterno, qualcuno che sia sulla mia stessa lunghezza d’onda, al quale fare vedere l’idea. Se ride (ride come dico io) allora è fatta. Travaglio è una di queste pochissime persone. Ma farei torto, escludendole, ad altre persone fondamentali che in questa difficile attività hanno pratica e pazienza quotidiana.
• Perché fai il disegnatore? Cosa ti ha spinto ad appassionarti a questa professione?
Per raccontare storie. Ma sono pigro, per cui mi stanco a lavorare sulle pagine di un testo. Allora disegno. Però mi annoio a disegnare una tavola che sia una. Allora risolvo disegnando una sola vignetta. Ad ogni modo mi consolo pensando che la pigrizia è stata la chiave della nostra evoluzione, ci siamo evoluti per assecondarla: quindi sono fiducioso per il mio lavoro.
I disegnatori, poi, credo ci nascano. Mio padre mi regalò il mio primo Topolino: era pieno di storie, disegni, personaggi, cose per me impensabili e fantastiche: in quel preciso momento, parafrasando una battuta di Troisi, capii che nella mia vita avrei studiato legge.
• Qual è la tua opinione sulla politica italiana?
Dicono che chi fa satira, lo fa perchè ha in mente un mondo o una società migliore. Io non ci credo, forse perchè non ce l’ho una migliore, in mente: magari ne ho in mente una peggiore. Le mie prime vignette erano per il ‘giornalino’ al liceo e prendevano di mira principalmente il preside. Una vignetta mi costò un richiamo dall’interessato e dal suo compare (mio professore di greco). Io non ho idee nè critiche, non sono capace di portare avanti nessun ragionamento su nessun argomento a sostegno di qualsiasi tesi. Mi annoiano quelli che si prendono troppo sul serio, sostanzialmente.
• Avrebbe per te senso fare il disegnatore slegato da un contesto di critica sociale?
Non credo, ma lo dico ex post. Guardo ciò che faccio e mi rendo conto che la critica sociale è essenziale. Lo stesso vale per quel poco di umorismo che riesco a metterci. La critica e l’umorismo sono un paio di occhiali che non riesco a togliere mai. Poi certo, la critica sociale ti riesce particolarmente quando il tuo ‘background’ è un posto come il mio quartiere o Napoli in generale. Facciamo finta (FACCIAMO FINTA) che un posto così sia il grado zero della civiltà: non c’è niente, parti da zero e perciò riesci a sentire precisamente sulla tua pelle tutte le variazioni successive. Verso quelli che hai intorno o quelli che ti sono più lontani, quelli che fanno i rivoluzionari (o peggio, i compagni), quelli con le tasche riempite dai soldi di papà, quelli che -per protesta contro il sistema – vanno a vivere in qualche posto così caro in cui io nemmeno un kebab potrei comprarmi, quelli che fanno le azioni anticamorra per avere ritorno di immagine, quelli che restano indietro e quelli che ’stanno avanti’, quelli che girano coi Suv. Tutti, anche me stesso.
• Ti piacerebbe diventare un autore noto anche per il grande pubblico?
Sostanzialmente per i soldi. Scherzi a parte, per i soldi che si guadagnano. Poi magari anche per i soldi.
• Chi sono i tuoi modelli? Chi ha maggiormente influenzato il tuo modo di disegnare?
Ora non saprei, credo che il mio attuale modo di disegnare sia una sintesi di tutto ciò che io abbia letto e amato. Più qualcosa di mio, ma piccolo.
Finisco con l’essere versatile: molti mi hanno detto che a volte i miei disegni sono così diversi tra loro che non sembrano miei.
Però vorrei dire una cosa sui ‘modelli’ che ho imparato negli ultimi anni, ossia l’enorme distanza fra un autore e la persona, la differenza fra un modello e un maestro. Su questo credo di poter dire che ho conosciuto delle persone che prendo come modelli ‘umani’. Persone semplici, limpide, ma la cui limpidezza ne esalta il genio. Sarei tentato anche dal dirne i nomi ma mi astengo.
• Quali sono i tuoi fumetti preferiti?
Posso dirti quali non sono: bonelli e marvel in generale o tutta quella roba che si trova in edicola. Ratman mi diverte molto. Basta. Non sono un gran lettore di fumetti, di quelli seriali insomma.
Leggo comunque tantissimo e di tutto. Posso dirti qualche autore ma sarei incompleto: mi vengono in mente da Mendoza a Artur Conan Doyle, passando per Montalban e Irvine Welsh, Nick hornby, Chuck palaniuck, Kafka, Travaglio, Benni e Pennac e Vonnegut, dietro il quale ho scoperto tantissime somiglianze con autori ‘grafici’ che amo. Qui passiamo a Manara, Pratt, Pazienza, (fino a qualche anno fa, ora molto meno) le strisce in generale (leggo di tutto, ma odio i peanuts), Scott Adams, Watterson, Roberto Totari, Silver, Swaab, i mitici de El Jueves, Monteys, Fontdevila, Alcazar. Poi mi piace Gipi. Quino. Insomma, mi fermo. Metti tutti questi insieme, mescola, aggiungici la satira di Ellekappa, Vincino, Franzaroli, Marassi, Altan, Cuore, il Male e ancora altri.
• I nuovi media stanno rivoluzionando il modo di fare comunicazione. Come vedi il lavoro del fumettista in funzione a ciò?
La carta stampata resterà insostituibile. Credo. Io non sono fumettista, io disegno. Disegno cose varie.
• Se tu fossi investito del potere di creare una nuova realtà come la tratteggeresti?
Vorresti dirmi che io sono investito del potere di creare una nuova realtà: non è per questo che siamo qui? E ora? Cosa dico a casa? Che faccio?
• Come ti vedi tra dieci anni? Quali speranze coltivi?
Tra dieci anni? Avrò Trentatrè anni. Cristo finì come finì. Io speriamo che me la cavo.
Acrostico
Innocente
Ladra
Allergica,
Ride
Istrice
Ancora!
La Crisi Americana:

Settembre 2008. La Lehman Brothers è sull’orlo della bancarotta, verrà lasciata fallire dal governo americano notificando al mondo la grave crisi finanziaria in cui stava precipitando. La complessa situazione ha visto muoversi al suo interno diversi protagonisti, fra tutti maggiormente i banchieri. Essi, grazie alle politiche di deregulation ispirate ad un liberismo estremo, inaugurate prima dal governo Reagan e sostenute poi anche da Bill Clinton con l’abolizione della legge rooseveltiana Glass-Steagall, che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, hanno promosso negli ultimi dieci anni centinaia di cartolarizzazioni, operazioni commerciali per cui le famiglie venivano ad accollarsi centinaia di titoli commerciali “tossici”, altamente a rischio, venuti a prodursi dalla gestione sregolata della loro situazione economica. Il loro risparmio aveva rapidamente raggiunto lo zero comprando beni di consumo e indebitandosi con le banche tramite mutui e carte di credito, gravando di debiti così tutta l’economia statunitense, già pesantemente dipendente dai paesi asiatici, da cui da anni importava maggiormente di quanto esportasse, mantenendo stabile la stagnante situazione di debito. Diversi economisti nel mondo allertarono sul dove l’assenza di risparmio delle politiche yankee ci avrebbe condotti, ma rimasero inascoltati. L’America si stava incamminando verso una nuova stagione di debito simboleggiata dai “Mutui Subprime”, prestiti dai tassi molto bassi per evidenti insolventi: le famiglie e le stesse banche che, sperando di guadagnare dagli utili di mercati non regolari “over the counter”, s’indebitavano ben oltre le loro vere risorse in un rapporto da uno a quattro. Questo aveva luogo sotto lo sguardo tacito della politica, tesa a creare una nuova generazione di proprietari, percepiti come unici “impiegati” della ricchezza, polmoni economici del paese. Infine solo poté fare qualcosa l’inflazione, rendendo i mutui più cari e i titoli tossici infruttuosi. Le banche tentarono un’azione disperata immettendo grande liquidità sul mercato, ma era troppo tardi, la Lehman Brothers falliva, il tasso di disoccupazione sfiorava il 10% e sei milioni di posti di lavoro furono persi. Questa crisi ha spazzato via ogni teorico modello economico esistente. Prima della grande depressione del ’29 gli economisti alla Weber descrivevano quello capitalistico come un sistema ideale, perfettamente razionale e burocratico. Successivamente ad essa furono studiate tesi protezionistiche di limitazione da parte dello stato. Nuovamente oggi ci siamo trovati impreparati a causa di quelli studiosi che ritenevano il mercato ormai stabilizzato e i titoli solidi e sicuri. Diventa necessario dunque introdurre il concetto di imprevedibilità delle flessioni economiche dei titoli in borsa e prevedere interventi di tutela da parte dello stato.
L’America dei Media – Fox News contro Obama
È cronaca risalente a questi giorni l’uscita dell’ottava classifica mondiale di Reporter Sans Frontieres, l’organizzazione nazionale analizzatrice le libertà di stampa concesse all’interno dei diversi paesi. Novità di grande importanza emersa dalla recente stilatura è il balzo di venti posizioni compiuto dagli Stati Uniti d’America galvanizzata dall’“effetto Obama”. Questa valutazione va a premiare soltanto il ruolo svolto dalla stampa interna ai confini degli States, per il lavoro di comunicazione svolto in Iraq e in Afghanistan l’America guadagna il 108 posto all’interno della classifica extraterritoriale. Nonostante ciò l’azione di Obama è stata apprezzata dagli studiosi di comunicazione e media, egli è “uomo nuovo”, perfettamente consapevole del grande potenziale delle fasce dei nuovi media più a contatto con la popolazione. Quest’azione mirata e oculata nel settore mediatico era già emersa in campagna elettorale tramite l’uso espansivo di blog e spot elettorali sui videotelefonini. Voce dissonate ai plaudi è David Carr, in merito alla recente vicenda Murdoch egli sostiene: “La presidenza americana è stata concepita come correzione di una monarchia, ma fare a botte con gli urlatori della tv via cavo appare poco raffinato. Forse è giunto il momento di dare al dibattito un po’ più di autorevolezza”.
La frase pungente trae origine dalla conflitto generatosi tra la Casa Bianca e la Fox, rete televisiva di propietà di Rupert Murdoch. Le azioni offensive erano già iniziate nel 2008 quando la rete preferita di George W. Bush diffuse un documentario pieno di calunnie ai danni del futuro presidente degli Stati Uniti, che da allora ha attuato un comportamento misto d’indifferenza ed astio nei confronti dell’emittente. Tramite il suo portavoce Obama dichiara: “Li tratteremo come un Partito d’opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro Barack Obama e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d’informazione”.
Considerata reale opposizione politica della Casa Bianca, Fox News si trincera dietro l’etichetta del “perseguitato politico” e prosegue a portare dentro il salotto di ogni americano l’ideologia di una classe sociale, quella che conta, attaccando Obama definendolo “anti-business” - “Siamo preoccupati – dichiara lo stesso Murdoch – dal clima degli affari e ci chiediamo se ciò scoraggerà la nascita di nuove società e nuovi posti di lavoro”.
Una azione quasi politica la sua, orientata allo Share e all’indice degli ascolti. Sin dal 2001 i suoi telegiornali hanno terrorizzato la classe media americana con il pericolo del terrorismo, mantenendo forte il consenso alla guerra in Iraq voluta da Bush. Il gruppo Murdoch appare organo d’informazione sensibile al controllo, atto conclusivo del quale è il prezzamento dell’informazione in rete. A causa d’essa il giro d’affari di Murdoch e’ calato dell’11% a 7,6 miliardi di dollari, mentre le entrate del settore tv, inclusa Fox, sono scese del 27%. Sembra dunque da considerarsi fallita il tentativo di tregua tentato in settembre nel corso di un incontro a New York tra David Axelrod, principale consigliere di Obama e il presidente di Fox News, Roger Ailes.
Il Giornalismo Oggi
È definibile come “Giornalista” colui che fornisca prestazioni di lavoro intellettuale finalizzate alla raccolta, al commento e all’elaborazione di notizie. Compito di chi svolge questo mestiere è porsi come mediatore tra gli avvenimenti su vasta scala e il grande pubblico dei mass media. Sempre più difficile nel nostro tempo diventa essere interprete della linea sottile che divide il reale da ciò che al grande pubblico viene mostrato, nella cultura d’ogni stato liberale la cartina tornasole dell’esercitabilità del diritto è sempre stato il quarto potere. Costante in ogni epoca storica, il controllo dell’informazione è stato esercitato sempre: dai Borboni del 1799 che fecero impiccare Pimentella, direttrice del Monitore Napoletano, a eventi di cronaca più recenti quali l’allontanamento di Biagi, Luttazzi e Santoro tramite il celebre “Editto Bulgaro” del 2002.
Seppur incorniciata all’interno di categorie che la vogliono legata, la professione del giornalista è rimasta antenna sensibile alle frange vitali della sfera politica globale perché, negli anni, è riuscita a rinnovarsi tramite lo sviluppo di nuovi strumenti. Al giorno d’oggi l’informazione libera trova domicilio nei nuovi media permettenti l’immissione costante e sempre aggiornata d’informazioni a costi zero. Il web diventerà risorsa unica che prenderà il sopravvento su tutti i precedenti mezzi di comunicazione, creando nuovi posti di lavoro e nuove professionalità da spendere nell’informazione.
Il PD verso le primarie:
Cronaca diretta dal confronto dei tre leader del partito democratico, Roma.
Premio Nobel ad Obama
Il comitato d’assegnazione per l’edizione 2009 del Nobel per la pace ha attribuito la vittoria a Barack Obama che, commosso, ha commentato la nomina dicendo: “Accetto questo premio come chiamata all’azione per tutte le nazioni di fronte alle sfide del ventunesimo secolo”. La commissione riunita a Stoccolma ha deciso di assegnare il premio ad Obama per i suoi sforzi nel favorire la pace tra i popoli e per la sua visione di un mondo senza nucleare.
Questa decisione è risultata eccezionale sotto molti punti di vista, sia in quanto premio futurista, volto a riconoscere le azioni prossime che si delineeranno dai discorsi di Obama, sia perché dal secondo dopoguerra il premio non era mai stato assegnato ad un Presidente in carica da soli nove mesi. Insieme ad Al Gore nel 2007 e Jimmy Carter nel 2002, Obama è il terzo esponente del partito democratico americano ad essere insignito del premio.
Controverse sono state le posizioni emerse dai giornali in questi giorni, il vicedirettore del Wall Street Journal Europe Iain Martin scrive: “È assolutamente bizzarro – Non ha dovuto far niente, solo avere aspirazioni”. Simile la posizione del Times che ritiene l’assegnazione del premio addirittura pericolosa giacché “Rischia di aggiungere un enorme peso alle aspettative che Obama ha già portato con sé entrando in carica”. “Obama è alla Casa Bianca da otto mesi – continua il commento del settimanale – Le sue ambiziose speranze per un accordo di pace in Medio Oriente e per un mondo denuclearizzato sono appena all’inizio”. La scelta poi è risultata paradossale alla luce della recente decisione presa dal governo Americano di approvare l’invio di altri 40.000 soldati in Afghanistan, dietro mozione dei generali stanziati nella zona. Anche la stampa statunitense ha assunto posizioni critiche verso la premiazione, il New York Post parla di un “Premio dell’Idiozia”, spronando però Obama a prendere coscienza che, dopo esser stato eletto dalla popolazione quale suo rappresentante, deve interpetare questo premio come incentivo per andare avanti.
Voci positive sono levate dalla Russia e da Cuba, Medvedev ha definito il Nobel quale “Impulso al nostro lavoro per un nuovo clima internazionale” e Castro una “Misura positiva che serve a criticare la politica genocida seguita da molti predecessori alla Casa Bianca”. Anche il Dalai Lama, vincitore del Nobel nel 1989, ha nei confronti di Obama parole di supporto perché, dice: “Approccia i conflitti internazionali con buonsenso e la forza del dialogo”.
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